I conti senza l’oste. Manovra di bilancio di un governo alla deriva

La politica economica del governo è evidentemente fallimentare. A dimostrarlo, se ce ne fosse bisogno, sono non solamente le devastanti conseguenze sociali che tante volte abbiamo denunciato, quanto il fatto che gli obiettivi che il governo stesso si propone sono irraggiungibili: qualsiasi politica esso adotti si traduce per forza di cose in un fallimento, cioè sull’accentuazione del carattere autoritario dell’azione del governo e sull’aumento della proiezione bellica all’esterno.
La sessione di bilancio è la principale occasione in cui il governo mette in luce il proprio programma per gli anni a venire. A metà ottobre è stato presentato il Documento Programmatico di Bilancio da parte del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti; il documento, approvato da Consiglio del ministri, è stato inviato alla Commissione Europea e al Parlamento.
Gli obiettivi indicati dal governo sono in contraddizione tra loro; nel Documento infatti si può leggere che “il Governo pone al centro della politica di bilancio la tutela del potere di acquisto delle famiglie, con particolare attenzione a quelle più fragili, nonché il sostegno alle imprese e agli investimenti”. Ma le scelte fatte di fronte all’aumento di prezzo dei prodotti petroliferi vanno in una direzione sola: garantire i profitti delle grandi compagnie. Il governo avrebbe potuto avviare una politica di controllo dei prezzi, verificando se gli aumenti per il consumatore finale fossero giustificati o meno dall’aumento dei costi industriali; avrebbe potuto usare il maggior gettito dell’IVA per ridurre le accise, ma non ha fatto niente di tutto questo. Quanto è successo in questi mesi ci mostra la strada che intende seguire il governo.

Il Documento Programmatico in realtà mantiene un approccio restrittivo nella politica economica del governo: a settembre l’inflazione ha raggiunto il 4,2% e lo stesso Fondo Monetario Internazionale prevede un’inflazione media annua al 3,3%. Il governo non fornisce i valori assoluti dell’aumento della spesa, si limita ad indicare le percentuali: “Le previsioni dello scenario a legislazione vigente indicano che la spesa netta crescerebbe del 2,1% nel 2027, dell’1,3% nel 2028 e dell’1,1% nel 2029”. Come si vede, si tratta di valori inferiori all’inflazione reale. L’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, che consente di scorporare gli investimenti per il riarmo e per l’energia dai conti nazionali, permetterebbe al governo italiano di rimanere all’interno del percorso previsto dalla Commissione Europea per rientrare dalla procedura di disavanzo eccessivo.

In questo modo sarebbero salvaguardati gli investimenti che il governo ritiene strategici per mantenere l’economia italiana “competitiva”. Particolare enfasi viene messa dal governo nel propagandare l’impegno nei settori strategici dell’energia e nel sostegno alle imprese anche per i consumi elettrici. In realtà, a fronte di investimenti “strategici” per circa 7 miliardi l’anno, il governo continua a fornire sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili stimati in 13,2 e 16,8 miliardi a seconda della fonte. In particolare la SACE, l’agenzia di credito all’esportazione, nel 2025 ha finanziato operazioni legate ai combustibili fossili per 2,1 miliardi di euro; l’Italia è quindi uno dei maggiori finanziatori pubblici del settore fra i governi del G20.
L’impegno del governo a sostegno delle famiglie, in particolare di quelle più fragili, dimostra tutta la sua inconsistenza con l’invarianza delle spese per prestazioni sociali, che complessivamente rimangono al 24,2% del PIL nel triennio, un importo che verrà ulteriormente eroso dall’aumento dell’inflazione e che comunque non è certo finora riuscito ad impedire l’aumento della povertà nel nostro paese.
È evidente, una volta di più, che l’impegno, affermato nel documento, per la tutela dei redditi più bassi è solo propaganda.

Ma c’è un elemento più importante che rivela il carattere velleitario dell’azione di governo.

Se la clausola di salvaguardia permette di superare l’esame di Bruxelles, non evita le conseguenze finanziarie del disavanzo. Il ministro Giorgetti è costretto a riconoscere, nel documento, che “L’incremento della spesa per il rafforzamento delle capacità di difesa e della resilienza energetica, connesso al ricorso limitato alla clausola di salvaguardia nazionale, implicherà un lieve deterioramento dei saldi di bilancio rispetto al quadro a legislazione vigente”.
Che il deterioramento sia lieve, fa parte della ordinaria propaganda del governo: il documento infatti riconosce che la spesa per interessi passerà, in percentuale sul prodotto interno lordo, dal 3,8% del 2026 al 4,2% del 2027 e al 4,3% nel 2028.
In particolare, il documento stesso è costretto ad ammettere che l’effetto palla di neve sarà negativo “La componente snow-ball [palla di neve] resterà sfavorevole lungo l’intero periodo”. L’effetto palla di neve è il meccanismo per cui la spesa per gli interessi aumenta automaticamente il debito, perché la crescita economica non riesce a coprire il costo del debito.

Questa però è solo una componente dell’incertezza finanziaria che avvolge il futuro del governo.
Il quadro complessivo di finanza internazionale con cui i propositi di aumento del debito del governo devono fare i conti è molto brutto. A livello mondiale, le dimensioni del debito pubblico sono molto più alte di venti anni fa; i governi hanno dovuto salvare banche e multinazionali con ingenti iniezioni di liquidità in diverse occasioni: prima, in occasione del crollo finanziario globale del 2008-9, poi durante la crisi del debito dell’euro fino al 2012 e infine con il crollo che accompagnò la pandemia del 2020.

A questo deve essere aggiunta la politica di riarmo dei vari governi, dagli Stati Uniti alla Germania.
Per fare un esempio, negli Stati Uniti la spesa per interessi annualizzata stimata sul debito federale è giunta ad un record di 1.380 miliardi di dollari. Questo equivale al 4,2% del PIL degli Stati Uniti, la percentuale più alta dal 1997. La spesa per interessi annualizzata è aumentata di 900 miliardi di dollari, cioè quasi il 200%, negli ultimi cinque anni, con un tasso medio annuo di crescita del 24%. Nel frattempo, nei primi nove mesi dell’anno fiscale 2026, la spesa per interessi è balzata di 78 miliardi a 827 miliardi di dollari. Il costo del servizio del debito federale degli Stati Uniti non è mai stato più alto. Ora, se le banche centrali aumentano i tassi di interesse, il costo del servizio del debito aumenterà ancora di più. È uno scenario che si ripercuote anche sull’Italia.

La Banca centrale europea ha già iniziato a farlo mentre i tassi di inflazione dell’Eurozona continuano a salire. Il nuovo presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti, Kevin Warsh, nominato da Trump per tagliare i tassi di interesse, sta ora lasciando intendere che i tassi statunitensi dovranno aumentare. Anche la Banca del Giappone, spaventata dal fatto che l’inflazione giapponese, storicamente più vicina a zero per decenni, stia cominciando a esplodere, si sta preparando a possibili aumenti. Se questi rialzi si materializzeranno, non freneranno l’inflazione, ma semplicemente si aggiungeranno ai costi di indebitamento del governo aumentando il livello del debito, e si diffonderanno anche attraverso l’economia, aumentando il costo dell’indebitamento per le famiglie (mutui) e le imprese (prestiti).
In altre parole, anche l’autoritario governo Meloni deve fare i conti con gli appetiti famelici delle classi privilegiate che lo sostengono, con la voracità dei pescicani dell’industria bellica e dei circoli militari, e con le risorse calanti di un’economia asfittica.
Non basterà truccare le elezioni per nascondere il malcontento sociale.

Tiziano Antonelli

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